Le corna di cervo erano una babele di segni.
Riconobbi stemmi, figure della parabola della lampada e un nome.
“Oswa…”.
Non riuscii a leggerlo per intero: dal centro dell’inquartato si levò una nuvola di zolfo. Un’altra presenza, dunque.
“Ecco Il Terribile, rosso di pelo e di risentimento, dissero i veneti. Fui grinfia d’otarda che difende il nido e zampa muta di leone, imperioso come sa esserlo il germanico, astuto come lo spagnolo, prudente come chi vive fra le montagne d’ Italia e fra stati amici e nemici, diversi fra loro quanto le dieci vergini. Fui uomo di corte e di guerra, signore di 30, 40 bocche da fuoco, alimentate da un Capitano”.
Mi trovavo di fronte Osvaldo II, a vent’anni sposo di Caterina di Neideck, nel 1562, e dopo un lustro a fianco di Ursola, baronessa di Villingen. Parlano di lui le mura di Beseno, che seppe ricostruire e abbellire, difendendo i possedimenti nelle dispute per i diritti feudali: lo sanno Folgaria e le terre vicine, pascoli e boschi, teatro di paure.
“Amai il bello, ma fu mio destino lottare. Avrei voluto musiche di liuto, ebbi il suono del corno di guerra, che con l’arte portai a bellezza. Quando il bosco di Folgaria bruciò, crepitando al fuoco dei miei soldati, capii: avevo distrutto una casa di Dio, una chiesa verde, dal tetto di abeti. Fu dolore e vergogna fino al 1599: a lenire il rimorso non mi bastò la pala, orgoglio del Duomo di Trento. Anche ora, sepolto nella chiesa di S.Agata, mi tormento. A lui chiedo conforto.”
Con la mano m’indicò un ritratto.
FIGURA: corna di cervo intagliate, particolare.
AUTORE DEL CAPITOLO: Zena Roncada




