venerdì, 26 maggio 2006

Udii un martellio metallico provenire dal secretaire dove un raggio lunare inquadrava, accanto alla custodia di velluto, una lente d'ingrandimento forgiata in peltro. Essa, senza che alcuno l'agitasse, percuoteva con assurdo movimento altalenante una pergamena, postavi sotto. Al richiamo sonoro, accostai quello scritto elegante. Fu allora che la voce suonò:
"Nota, amico, il nome che, posto in calce, segnò il mio destino!"
Non troppo stupito (ché, ormai, allo straordinario m'ero avvezzo), intravidi il fruscio d'un rocchetto merlato e – cinto d'una cappa su brache che nessun corpo fasciavano – un fantasma!
"Carlo Francesco Costanzo, questo il mio nome – disse – vissi a Innsbruck tra il 1680 e il 1741, fui decano a Trento e beneficiato da papa Benedetto XIII. Peregrinavo in cerca di rari manoscritti cavalcando una cavalla bianca dagli occhi melanconici. Al limitare d'un bosco, scorsi un torrente e m'accostai per bere: e lì, vidi la giumenta riflettersi nell'acqua trasparente in forma di fanciulla, un ciondolo dorato a disegnarne l'esile collo. Ella riempiva piccole pergamene di parole soavi ed io m'innamoravo di quel riflesso, e più di quei motteggi. Il prodigio si replicò, finché la fanciulla non firmò un messaggio: Eugenia di Churburg... mia cugina, morta nascendo. M'accostai alla terra e piansi per 20 anni. Ora, le mie spoglie riposano nella cattedrale di Trento."

Mentre coglievo l'ansia narrante del decano, egli scomparve. Prima, m'indicò un oggetto: mi parve un ciondolo d'oro.

FIGURA: Lente di ingrandimento con custodia.
AUTORE DEL CAPITOLO: Gabriella Mosca

postato da: traifantasmi alle ore 13:07 | Permalink | commenti
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